Dalla comunicazione efficace alla sperimentazione dei confini tra noi e l’altro per creare uno spazio condiviso in cui ci si possa sentire individui all’interno della relazione di coppia.
Quando estrogeni e testosterone si incontrano, il gioco è fatto.
Chi non si ricorda, da adolescente, di aver vissuto un’esplosione interiore fatta di ormoni, giochi di sguardi, chimica, che in un solo istante, ha scatenato forte il desiderio di un’altra persona?
Che significa “c’è chimica fra noi”?
Da subito c’è un iniziale desiderio, che ci spinge a guardarci intorno e ci fa provare un’attrazione verso qualcuno. Ma questo non basta: adrenalina, dopamina, serotonina, entrano in gioco, quando siamo attratti da un partner. L’adrenalina ci fa sentire i messaggi del corpo, aumenta la salivazione, il battito cardiaco; la dopamina ci dà una carica di energia, ci scombussola: è la responsabile delle famose farfalle nello stomaco, abbiamo voglia di stare solo con lui/lei, non sentiamo la fame, ore e ore trascorse al telefono; la cara serotonina ci dà quella sensazione di benessere che ci rende visibilmente felici, facendoci sentire a “tre metri da terra”.

Spesso però ci si domanda, ma come mai ho scelto lui/lei piuttosto che un altro?
A livello relazionale, spesso la scelta del partner è guidata dalla soddisfazione di un bisogno: si ricerca nell’altro sicurezza, accudimento, scegliamo, in modo più o meno consapevole, una persona che ci faccia sentire al sicuro o di cui noi possiamo prenderci cura, creando un vero e proprio incastro di coppia.
Fra i bisogni fondamentali dell’essere umano, oltre al nutrimento, e al senso di sicurezza, c’è il bisogno di amare ed essere amati. Spesso questi bisogni restano, in qualche modo, insoddisfatti nelle relazioni primarie di riferimento, tanto da spingerci in modo più o meno consapevole, a ricercare nell’altro qualcosa che ci è mancato.
Potremmo scegliere un partner, anche nella misura in cui aspettative e credenze trasmesse dalla nostra famiglia, debbano rispecchiare delle caratteristiche di uno specifico partner, come un mandato generazionale. Queste possono essere le spiegazioni al perché spesso scegliamo dei partner che possano assomigliare o differenziarsi dalle figure genitoriali.
Una volta passata la fase dell’amore romantico, come si fa a creare e mantenere un legame affettivo ed emotivo stabile con il partner?
Inizialmente nel nostro corpo l’ossitocina e la vasopressina entrano in gioco nel desiderare di mantenere una continuità nella relazione. Questi ormoni si attivano, ad esempio, quando abbracciamo e accarezziamo il partner, facendoci provare sensazioni piacevoli di rassicurazione, tanto da volerli sperimentare ancora.
Nel periodo del lockdown, molte coppie sono state lontane da quegli abbracci tanto desiderati e, in assenza di un vero contatto fisico, hanno sperimentato la sensazione di non riuscire a stare senza l’altro, in quanto il bisogno di vicinanza fisica aumenta il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, la noradrenalina, che danno una sorta di dipendenza relazionale e affettiva.
A livello relazionale, mantenere una relazione affettivamente stabile, può dipendere anche da quanto riusciamo a comunicare efficacemente all’altro i nostri bisogni, le nostre emozioni, ad esempio cosa ci fa arrabbiare, o cosa ci rende tristi, e quanto accettiamo nell’altro la medesima espressione di bisogni ed emozioni. In una sorta di danza relazionale, entrambi i partner si prendono cura di se stessi, individualmente, e creano insieme uno spazio condiviso di coppia, cercando una giusta distanza, che permetta autonomia e appartenenza.
«Alcuni porcospini in una fredda giornata di inverno si strinsero vicini, per proteggersi con il calore reciproco, per evitare di morir dal freddo, ma presto sentirono le spine reciproche: il dolore costrinse entrambi ad allontanarsi l’uno dall’altro. Ma quando il bisogno di scaldarsi si ripresentò si trovarono difronte di nuovo al dilemma: né con te, né senza di te. Decisero così di trovare una giusta distanza, reciproca, che gli permise di stare vicini e scaldarsi senza farsi del male a vicenda». (cit. Schopenhauer)
Trovare un giusto confine fra noi e l’altro è un allenamento che sperimentiamo in famiglia: già nei primissimi anni di vita, imparando a camminare, facciamo i primi passi per separarci dai genitori e iniziare ad esplorare il mondo intorno a noi, per poi tornare alla base sicura, per cercare protezione e rassicurazione, al momento del bisogno.
Ciò è fondamentale anche nel periodo dell’adolescenza, in una danza fra dentro e fuori la famiglia: sperimentare l’appartenenza a legami affettivi saldi, permette di potersi separare/differenziare dalla famiglia di origine, in un processo di svincolo che porta all’individuazione, e alla scelta futura di un partner.
Appartenere vuol dire mantenere vecchi legami e crearne di nuovi, sperimentando il confine fra noi e l’altro. Nella coppia infatti trovare una giusta distanza fra me e te, evita di non fondersi e perdersi nell’altro, in una dipendenza affettiva, e allo stesso tempo permette di sentirci individui singoli, all’interno di un noi di coppia.
Chi lo dice che l’amore sono due metà di una stessa mela che si completano?
Forse il segreto sta nel percepirsi come due frutti completi che cadono da un albero e rotolano uno vicino all’altro, bastandosi prima a se stessi, e arricchendosi dell’ altro, nella sua interezza e diversità.
Veronica Pasquariello
Psicologa