L’illusione della socialità dietro uno smartphone

I recenti fatti di cronaca ci interrogano sui rapporti tra genitori, figli e tecnologia sotto la pressione causata dalle regole di distanziamento sociale per il contrasto al Covid-19.
Cosa si muove dietro l’attrazione per smartphone e social network?


La tragedia della bambina di Palermo che ha trovato la morte per rispondere ad una Blackout challenge di Tik Tok
e del ragazzo di 18 anni travolto da un treno mentre girava un video da pubblicare online, richiama drammaticamente alla ribalta il fenomeno dei rapporti tra genitori, figli, smartphone e social media. Il dibattito su questo tema oscilla spesso tra demonizzazione e idealizzazione delle nuove tecnologie, mentre nella vita quotidiana i genitori si ritrovano spesso schiacciati tra piattaforme e videogiochi sempre più seduttivi da una parte e le richieste dei propri figli sempre più compulsive e incontenibili dall’altra.
Sempre recentemente si è osservato l’aumento del fenomeno delle maxi risse organizzate sui social come ad esempio quella avvenuta a Roma alla terrazza del Pincio. Negli anni ‘70 e ‘80, i giovani si scontravano sulla base di ideologie politiche che vedevano contrapporsi estrema destra ed estrema sinistra in spirali di violenza che hanno assunto anche la forma del terrorismo. Oggi le ideologie totalitarie e le ideologie della liberazione, come ad esempio la contestazione giovanile del ‘68, sono sostituite da pseudo-ideologie non più collettive ma private come il nichilismo e il narcisismo, che contemporaneamente causano e sono causate dall’atomizzazione del tessuto sociale.

L’impatto del Covid-19

In questo scenario ha fatto la sua comparsa un anno fa un fattore dirompente, la pandemia da coronavirus. L’imponente riduzione degli scambi sociali imposta dai provvedimenti di quarantena hanno colpito in modo catastrofico soprattutto i soggetti più giovani, intrappolandoli tra l’aumento dei propri bisogni emotivi e sociali dovuto all’isolamento e la mancanza di occasioni per soddisfare quegli stessi bisogni.
La classe e il gruppo di coetanei fuori dalla scuola hanno sempre costituito il contesto naturale in cui il giovane poteva negoziare i suoi bisogni ed impulsi alla presenza di altri esseri umani. Senza la moderazione di un altro essere umano i bisogni e gli impulsi interiori si accrescono a dismisura e assumono contorni compulsivi.
Il naturale bisogno adolescenziale di primeggiare ed essere più bravi degli altri – che verosimilmente ha spinto la sfortunata bambina di Palermo ad oltrepassare un punto di non ritorno – è stato presumibilmente esasperato dal contesto social dove l’esibizione avviene davanti a migliaia di soggetti spersonalizzati che ricordano più il palco di un concerto che non un’esperienza tra coetanei: l’eccitazione e l’ebrezza arrivano a livelli insostenibili per un minore.

La scomparsa della mediazione umana

Anche l’aggressività, come nel caso delle maxi risse concordate sui social, non assume più la forma moderata e sublimata di ostilità verso qualcuno di significativo come “i miei genitori che mi impediscono di uscire e fare tardi la sera”, “il professore che ce l’ha con me” oppure il compagno di classe antipatico. In queste situazioni l’aggressività prodotta dalla frustrazione aveva comunque la possibilità di esprimersi in forma contenuta arrivando spesso a concordare un compromesso accettabile con la persona fonte della frustrazione.
La pandemia con i suoi lockdown ha sicuramente fatto scomparire queste figure umane attraverso le quali i ragazzi potevano portare all’esterno le proprie parti aggressive e ostili potendole vivere ma anche circoscriverle. In assenza di mediazione da parte di un altro essere umano anche l’aggressività si de-soggettivizza trasformandosi in distruttività cieca e senza nome che ha bisogno di essere sversata all’esterno attraverso la violenza oppure orientata all’interno di sè come avviene nel caso di condotte autodistruttive.

1 commento su “L’illusione della socialità dietro uno smartphone

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