Dott.ssa Antonia Pullì – Psicologa Clinica -Psicodiagnosta – Isitito di Training della Società Italiana di psicoanalisi della Relazione – SIPRe
Fonte: Dialogo Psicologia – per la divulgazione della cultura e della scienza psicologica e psicoanalitica 21-06-2017 http://www.dialogopsicologia.it/articoli/psicoanalisi/Interpretazione_in_psicoanalisi_genesi_evoluzione_psicoanalisi_relazione.html
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«Ci vuole qualcuno per conoscere qualcuno e nelle sue interpretazioni corrette l’analista rivela di essere qualcuno»
(Singer, 1968)
-Definizione enciclopedica di Laplanche e Pontalis
-Termine e origine
-Evoluzioni e cenni storici
-Conclusioni
-Bibliografia e testi di riferimento
Definizione enciclopedica di Laplanche e Pontalis
L’enciclopedia della Psicoanalisi chiarisce che l’interpretazione è «l’esplicazione, mediante l’indagine analitica, del senso latente nei discorsi e nelle condotte di un soggetto» (La Planche e Pontalis, 1967 p. 261) sottolineando come mediante di essa si possa mettere in luce la dinamica del conflitto e accedere al desiderio espresso in ogni produzione dell’inconscio. Nel contesto clinico, l’interpretazione è quella comunicazione fatta al soggetto che tende a renderlo consapevole del senso latente dei contenuti manifesti prodotti, secondo le regole imposte dalla direzione e dall’evoluzione della cura (Ibidem).
Termine e origine
Il termine tedesco “Deutung” dovrebbe essere più precisamente tradotto con “spiegazione”, o “chiarimento” significa infatti “indicare col dito o con gli occhi”. La traduzione italiana “interpretazione” fa pensare, invece, più a una componente soggettiva e arbitraria.
L’interpretazione è un concetto cardine della tecnica psicoanalitica presente sin dalle origini della psicoanalisi. Quale strumento tecnico l’interpretazione è stata, per decenni, considerata l’unico da adoperare in psicoanalisi, tenendo presente che le uniche interpretazioni terapeuticamente valide erano quelle che Strachey (1934) definisce mutative, ovverossia le interpretazioni di transfert, emozionalmente immediate e riferite nel momento di massima urgenza (questa nozione sarà approfondita più avanti); per quanto l’analista avesse nelle sue mani altri strumenti d’intervento come chiarificazione o anche il semplice confronto con il paziente, questi venivano mantenuti ai minimi termini solo in quanto preparazioni all’interpretazione.
Evoluzioni e cenni storici
Ripercorrendo storicamente il concetto, esso fa la sua comparsa nel 1899, nell’Interpretazione dei sogni (Freud, 1899) la Traumdeutung, opera con la quale si fa coincidere la nascita della psicoanalisi perchè in essa Freud fonda la metapsicologia nel VII capitolo. In questo periodo oggetto di interpretazione sono solo i sogni, la via regia all’inconscio; ma presto questa si amplierà a tutte le manifestazioni dell’inconscio quindi, non solo i sogni, ma anche i lapsus, gli atti mancati, i sintomi e infine alla complessa dinamica del transfert.
Nel 1911 con Tecnica della Psicoanalisi (Freud S., 1911) l’interpretazione si esplicita come strumento principe dell’intervento analitico, intesa come comunicazione terapeutica del senso, essa si basa sul presupposto che ci sia un analista attivo e autorevole che comunica ad un paziente passivo e meno informato, una conoscenza sulla sua vita psichica. Nella concezione classica (cioè secondo il modello del conflitto pulsionale), infatti, l’interpretazione è terapeutica in quanto promotrice di un insight, una presa di coscienza che porta al cambiamento. Il fine della cura analitica è quello di riportare al dominio della coscienza ciò che è divenuto inconscio a causa della rimozione. Le rappresentazioni di cose rimangono nell’inconscio perché viene a loro negata la traduzione in rappresentazioni verbali, questo compito di traduzione spetta, quindi, all’analista che fornirà rappresentazioni anticipatorie che consentiranno di giungere al senso dei sintomi. Per poter permettere al paziente questa presa di coscienza, l’analista utilizzerà l’interpretazione, intesa come esplicazione delle dinamiche inconsce. L’interpretazione richiede una precisione chirurgica: ogni interpretazione che manca il bersaglio sarà utilizzata dalla resistenza a proprio vantaggio.
Nel 1920 con Al di là del principio di piacere (Freud S., 1920) l’interpretazione diventa una vera e propria “arte” in quanto non più semplice svelamento di contenuti psichici rimossi, ma un’attività complessa rivolta all’Io del paziente. Di pari passo con l’evoluzione di questo concetto, infatti, cammina anche l’evoluzione della metapsicologia e in particolare del concetto dell’Io a cui viene riconosciuta una gran parte inconscia e da cui si fanno originare le resistenze.
Nel 1937 con Costruzioni nell’analisi (Freud S., 1937) la questione si complessifica e il ruolo dell’interpretazione è ridimensionato. Essa si limita a rendere palese il significato di un singolo frammento del materiale proposto dal paziente, ma è mediante la costruzione che l’analista elabora una serie di supposizioni complesse su un episodio o un periodo della vita passata del paziente. Queste sono polivalenti e spesso contraddittorie e potranno essere smentite, o verificate, nel corso del lavoro analitico. In questa opera Freud impiega la celebre metafora dell’archeologo che utilizza piccoli resti di antiche civiltà per ricostruirne la storia, allo stesso modo l’opera dell’analista si avvale di associazioni, sintomi, atti mancati e dei comportamenti del paziente nei suoi confronti causati dalla traslazione, oltre a tutto ciò che l’analista stesso riesce a sapere dell’infanzia del paziente. Ciò che l’analista cerca di ricostruire non è la verità materiale degli accadimenti della vita dell’analizzando quanto piuttosto la verità storica, cioè il modo in cui questi li ha vissuti e il perché li ha rimossi e dimenticati (Freud S., 1937). Come scrive il poeta Goethe “Un fatto della nostra vita ha valore non perché è vero, ma perché ha significato qualcosa“.
Già nel 1924 Ferenczi e Rank, notarono un crescente cristallizzarsi della tecnica analitica intorno al primato dell’intervento interpretativo, inteso come comunicazione esplicativa sul piano verbale. Secondo gli autori questo portava a uno stato di impasse sul versante clinico. Per promuovere l’esperienza emotiva nella relazione analitica era necessario incoraggiare e talvolta provocare attivamente la ripetizione nel rapporto transferale, facendo rivivere fino in fondo al paziente la relazione edipica inconscia per trasformare così la ripetizione in ricordo e così rivelarne il contenuto al paziente.
Solo dieci anni dopo arriverà la risposta da parte di chi mantiene una posizione più ortodossa, infatti nel 1934 uscirà il famoso articolo di James Strachey “La natura dell’azione terapeutica della psicoanalisi”, in cui l’autore mostra il funzionamento dell’interpretazione. Per Strachey, la confusione e la moltitudine di posizioni, a volte contraddittorie, che si stavano affacciando rispetto al concetto di interpretazione, erano dovute alla mancanza di una chiara definizione del concetto, in quanto la parola interpretazione può essere usata in più di un senso, essa è infatti un sinonimo della celebre frase “Rendere cosciente ciò che è inconscio” e di questa conserva tutte le ambiguità. Quella che Strachey prende in considerazione è una particolare specie di interpretazione, che egli considera lo strumento fondamentale della terapia psicoanalitica, che egli chiama «interpretazione mutativa», in quanto produce una breccia nel circolo vizioso nevrotico. Per descrivere e comprendere il circolo vizioso nevrotico, Strachey utilizza le idee sulla formazione del Super-Io sviluppate negli stessi anni da Melanie Klein (1932). L’individuo introietta e proietta continuamente gli oggetti investiti dall’Es e la loro qualità dipende dalla qualità di tale investimento. Durante lo sviluppo libidico il bambino attraverserà delle fasi in cui sarà dominato da impulsi aggressivi che determineranno quindi anche la qualità (aggressiva) dell’investimento e la natura (aggressiva) dell’oggetto introiettato. Successivamente proietterà questa qualità aggressiva sull’oggetto esterno che apparirà come aggressivo, quindi pericoloso e distruttivo; questo comporterà che gli impulsi dell’Es, per autodifesa, assumeranno una qualità ancora più aggressiva e distruttiva verso l’oggetto, stabilendo così il circolo vizioso. Nel corso dello sviluppo la libido raggiungerà lo stadio in cui è dominata da impulsi positivi: la fase genitale; in questa fase gli investimenti saranno connotati da qualità più amichevoli e anche l’oggetto introiettato (il Super-Io) sarà meno severo, il contatto dell’Io con la realtà sarà, quindi, meno deformato. Nel caso del nevrotico, per vari motivi, non è stato raggiunto lo sviluppo verso lo stadio genitale e l’individuo è rimasto fissato ad uno stadio pregenitale. La nevrosi viene vista, quindi, come un ostacolo o una deviazione sulla strada dello sviluppo normale che porta a perpetuare il circolo vizioso, dove l’Io dell’individuo si trova a dover fronteggiare le pressioni che provengo da un Es e un Super-Io “selvaggi” e il contatto con la realtà ne risulterà deformato. Aprendo una breccia, grazie al lavoro analitico, si potrebbe stabilire un circolo benigno e i processi di sviluppo potrebbero riprendere il loro corso normale. Affinché questo sia possibile l’analista deve assumere il ruolo di Super-Io ausiliario del paziente, solo così potrà permettere che piccole quantità (funziona secondo il principio delle minime dosi) di energia dell’Es del paziente affiorino alla coscienza. Poiché l’analista, per natura della situazione analitica, è anche l’oggetto d’investimento degli impulsi dell’Es del paziente, il paziente diventerà anche consapevole che questi impulsi sono diretti all’analista. Strachey, per chiarezza di esposizione e di comprensione, divide l’interpretazione in due fasi, sottolineando come queste non siano necessariamente successive tra loro ma possano essere considerate due momenti simultanei di un evento unico. Nella prima fase il paziente diventa consapevole che una quantità di energia dell’Es è rivolta all’analista e successivamente, nella seconda fase, si può rendere conto che non è diretta verso un oggetto reale ma verso un oggetto arcaico fantastico. Nello schema classico dell’interpretazione, per arrivare a questa consapevolezza, il paziente si renderà dapprima conto di uno stato di tensione nel suo Io (angoscia), poi si renderà consapevole che c’è all’opera un fattore repressivo (Super-Io) così potrà scorgere l’impulso dell’Es che ha suscitato la protesta del Super-Io e di conseguenza l’angoscia dell’Io. I cambiamenti nel corso di un’analisi sono sempre molto graduali e sono l’effetto della somma di un «numero straordinario di piccolissimi passi, ciascuno dei quali corrisponde ad un’interpretazione mutativa, dove la piccolezza di ciascun passo è a sua volta imposta proprio dalla natura del processo analitico» (Strachey, 1934 p. 110). L’efficacia della seconda fase dell’interpretazione dipenderà molto dal senso di realtà del paziente e dalla sua capacità di distinguere fra l’oggetto fantastico investito dall’Es e l’analista reale. Il senso di realtà del paziente è un alleato fondamentale ma anche molto debole, l’Io del paziente è debole e può confrontarsi con la realtà solo a “minime dosi”. Per Strachey è di estrema importanza ribadire che un’interpretazione può essere mutativa solo quando applicata a un impulso dell’Es in un effettivo stato di catessi, deve essere quindi “emozionalmente immediata”, diretta cioè al “punto di massima urgenza”, vale a dire quel momento in cui il transfert trabocca nella relazione analitica, e non si potrebbe non vederlo. I cambiamenti che un’interpretazione porta nella mente del paziente possono essere provocati soltanto da un investimento energetico che si origina nel paziente, cioè l’impulso dell’Es in attività in quel preciso momento. L’interpretazione del transfert fornisce quello che Glover (1955) definisce come un ponte affettivo tra passato e presente.
Poco prima degli anni ’50 Alexander e French (1946) parlano di “esperienza emozionale correttiva”: quella parte dell’esperienza analitica che porta a nuovo esito gli antichi conflitti, che vengono ripetuti e ri-sperimentati nel transfert, e che permette il cambiamento grazie alla rottura degli schemi irrigiditi del paziente. Si può nutrire il paziente comportandosi diversamente dall’oggetto arcaico. La ricostruzione del passato, e l’attività interpretativa, per gli autori sono un mero processo intellettuale, gli insight del paziente sono secondari al processo trasformativo. In questi anni si possono trovare due posizioni contrapposte che sostengono, da una parte, la comunicazione di una conoscenza in forma verbale e, dall’altra, l’intervento in senso più ampio diretto a promuovere un’esperienza emotiva.
In quegli anni Eissler (1953) introduce il concetto di parametro, ossia quegli interventi che, per quanto utili, costituivano una deviazione dalla tecnica base e che dovevano essere ridotti al minimo indispensabile, in quanto l’unico fattore terapeutico era l’interpretazione. Nel 1961 alla Conferenza di Edimburgo si sancì che l’unico fattore che poteva essere considerato veramente terapeutico era l’interpretazione vera. Friedman (1988) ha cercato di spiegare questo tentativo di sgomberare il campo da tutti i fattori relazionali, come l’intento di una medicalizzazione della psicoanalisi. In un periodo in cui stavano prendendo piede anche altre forme di psicoterapia, l’aggettivo “vero” accanto alla parola interpretazione, la caricava di significati oggettivanti e scientifici, rendendo più oggettiva e scientifica anche la psicoanalisi che faceva dell’interpretazione vera l’unico strumento di cura.
Per la posizione opposta, di particolare rilievo è il pensiero di Balint (1968), un allievo di Ferenczi. Secondo l’autore i fattori principali della terapia analitica sono le capacità dell’analista di rispondere ai bisogni e desideri del paziente attraverso una profonda disponibilità e sintonia. L’interpretazione come portatrice di insight viene affiancata alle capacità supportive e ricettive del terapeuta, rispetto alla soggettività del paziente.
Un ulteriore svolta avrà luogo con Kohut, principale esponente della Psicologia del Sè. Egli affermerà in modo univoco che «Non è l’interpretazione che cura il paziente» (Kohut, 1977 p. 43). La base della guarigione non è l’espansione della conoscenza e quindi l’insight ma l’accrescimento della struttura psichica più integrata e matura. L’interpretazione intesa nel senso classico di spiegazione ha una funzione subordinata, sono l’atteggiamento empatico e il rispecchiamento da parte del terapeuta ad avere il ruolo chiave nel processo analitico… [Continua la lettura…]